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MILES COOPER SEATON

MILES COOPER SEATON

Promo video.

Info.

Note di Miles Cooper Seaton

Il  progetto
Quando ho cominciato a progettare Phases in Exile, la vita e il lavoro negli Stati Uniti mi stavano dissanguando. Per me, la musica e l’arte sono forse il punto  d’incontro più vicino con l’energia divina che possiamo provare nelle nostre brevi vite. Queste due cose sono un ponte verso la comprensione di cosa voglia dire essere davvero umani. Sono (cose) sacre. Il ruolo di chi si dedica alle arti performative è di grande importanza. L’artista è simile allo sciamano, che sfida il baratro e ci si pone innanzi come ad uno specchio, che riflette quel valore che ci è innato e ci ricorda della nobiltà della nostra scelta di vivere nonostante le sofferenze e l’incombere della morte. Legare questo mestiere a un contesto banalmente commerciale vuol dire prosciugare tutto il significato e la magia dalla sua esecuzione, e io mi sono rifiutato di obbedire a queste regole. Mi sono rifiutato di agire come imprenditore. Più a lungo mantenevo questa posizione, più venivo emarginato, fino a ritrovarmi sul punto di rinunciare. Il titolo del disco è una descrizione letterale dei suoi contenuti: parla dell’essere un estraneo, di essere esiliato dal punto di vista culturale, economico, concettuale e spirituale dai miei contemporanei e dalla mia cultura nel suo complesso.
Quando ho completato questo disco, l’ho condiviso solo con poche persone. Una di queste era Marco Stangherlin, un mio booking agent e vecchio amico di Napoli. È principalmente grazie al suo coraggio e alla sua sensibilità che le mie esperienze in Italia insieme alla mia precedente band, Akron/Family, durante lo scorso decennio sono state alcune delle più intense e formative della mia vita artistica. Benché quei tour fossero sempre solo una parte di attività commerciali più grandi, il mio intuito mi diceva che era possibile fare molto di più. Per questo, quando tornai in Italia per un tour solista nell’estate 2014 decisi di fermarmi lì per un periodo.

Miravo ad arricchire le mie esperienze, a costruire una relazione più forte con l’Italia nel suo complesso, e a formare relazioni umane più profonde con le persone che incontravo. Dopo un mese trascorso viaggiando e suonando per tutta la nazione, non stavo più pensando a cercare di pubblicare un disco. Tutto ciò che volevo era continuare a cantare, mangiare, parlare e stare insieme a persone incredibili, condividendo esperienze invece che vendendo cose. Questo semplice cambiamento di priorità mi ha fatto sentire libero di considerare la mia situazione dall’esterno, insieme alla situazione di molti altri artisti all’interno della cultura contemporanea.
Ho conosciuto i C+C=Maxigross quando mi hanno chiesto di suonare al Lessinia Psych Fest. Loro sono un gruppo di artisti giovani e talentuosi e, come ho potuto scoprire, allo stesso modo di molti altri giovani in Italia sono molto coinvolti dall’ambiente culturale della loro città, della loro regione e della loro società. Loro mi hanno invitato nella loro comunità, e abbiamo cominciato a unire in modo naturale la nostra visione del mondo. È così che hanno cominciato a prendere forma sia le ispirazioni che il gruppo di persone che avrebbero poi portato a compimento Phases in Exile.
La vita moderna e la tecnologia che la conduce, possono farci sentire come consumatori prima ancora che esseri umani: come se l’acquisto di oggetti fosse l’unico modo per interagire col resto del mondo. E negli Stati Uniti tutti consumano esattamente le stesse cose, sia che si trovino a Porterville, una piccola comunità agraria nella California dove sono cresciuto io, o a New York City, dove si sono formati gli Akron/Family, a 4500 km di distanza. Viaggiando invece in lungo e in largo per l’Italia, mi sono reso conto della differenza che c’è qui. A Vasto, in Abruzzo, i miei ospiti del luogo si litigavano su chi possedesse la vera ricetta per la ventricina. Un amico di Termoli, a 30 km di distanza, diceva che la versione di Vasto era troppo blanda, e che quella vera si trovava in Molise. Queste esperienze succedevano costantemente. Cominciavo a sognare un modo di coinvolgermi in questa ricca diversità culturale. Ho cominciato a capire che Phases in Exile aveva implicazioni artistiche ancora più ampie. Ho cominciato a immaginare in che modo la mia musica potesse diventare  musica locale.

Il  disco
Mentre lavoravo a questo disco, in primo piano nella mia mente c’erano immagini del deserto occidentale degli Stati Uniti. Subito prima di registrarlo, avevo guidato dalla Carolina del Nord a LA, fermandomi in Arizona, nel New Mexico e nel West Texas. Poi mi sono girato, ho guidato indietro verso casa e ne ho fatto le orchestrazioni.
Un’immagine che ho fissa in testa è l’alba sulle montagne mentre lasciavo Taos alle 5:30 di mattina. Stavo ascoltando Death and the Compass e c’era la forte sensazione che la musica non fosse un accompagnamento ma un elemento fondamentale dell’esperienza – qualcosa di simile alla sinestesia, dove la percezione del tutto si fonde insieme. Dava la sensazione di essere un segnale o una guida verso ciò che stavo cercando di fare con questa musica. L’ho presa come un’indicazione del fatto che stavo andando nella direzione giusta.
Quando osserviamo dall’alto di Monument Valley o del Grand Canyon, o da qualche altro imperscrutabile punto d’osservazione, nella percezione distorta della profondità che proviamo c’è una sensazione di presenza senza limiti. La nostra innata sensazione di vuoto in qualche modo si fonde col vuoto che abbiamo attorno. Non è la stessa sensazione di quando osserviamo da uno strapiombo sull’oceano: quella è una sensazione di un recipiente che viene riempito, o di un potenziale che viene realizzato, anche se è solo un’illusione.
Sono questi, per me, i fattori contrastanti: unire un metodo compositivo minimale (o minimalista) e paesaggistico con qualcosa di molto lirico e diretto. Cercare di creare, per quanto possibile, un’esperienza per l’ascoltatore in cui possano riconoscersi non solo come una parte della vastità che li circonda –nella vita quotidiana, o nell’atto di ascoltare musica o fruire una performance – ma come quella stessa vastità.
Quel paesaggio che è descritto in Shaker Loops di John Adams, o nei pezzi per organo e percussioni di Steve Reich, invita la nostra immaginazione a piazzarci psichicamente o addirittura fisicamente al suo interno. L’effetto è innegabilmente potente, cosa di cui faccio tesoro e da cui cerco spesso di attingere.

Ma il primo obiettivo della musica in forma canzone di questo disco è di condurre l’ascoltatore verso questa vastità non solo fisicamente e psichicamente ma anche emozionalmente. Il narratore è la tua guida verso lo spazio. Poi, a un certo punto, ti abbandona a contemplare la vastità del canyon di fronte a te, e gli elementi fisici, psichici ed emotivi cedono di fronte a una consapevolezza generale di essere quello spazio. Quello spazio è la vastità. È diversa per ogni persona, che ci si voglia relazionare a essa come alla molteplice vastità dell’inconscio collettivo pulsante all’interno dell’esperienza tecnologica globale, o che la si veda come la vastità senza limiti del cosmo che si annida dietro alle minuscole stelle nel cielo notturno.

The press.

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