Release.
NICOL BANA
- Release date17 Ottobre 2025
- CatalogAutoprodotto
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Avanziamo la notte con passo preciso e insicuro è il debutto di Nicol Bana. Il titolo ricorda il noto palindromo latino in girum imus nocte ecce et consumimur igni (giriamo in tondo nella notte e così veniamo consumati dal fuoco) con una rivisitazione del tema in cui si rompe la claustrofobia del tondo, aprendo a un’orizzonte in cui si avanza con il passo preciso come una scelta e insicuro come il non-conosciuto del buio notturno. Il disco è un’autoproduzione realizzata con la collaborazione in chiusura mix + mastering di Alberto Marani (in arte Abo Authoma). Buona parte dei campioni di oggetti e ambienti sono stati suonati e manipolati in diretta durante le registrazioni. Metodo e ambiente di lavoro mettono a fuoco un’attitudine che riflette una concezione della musica come esperienza incarnata, dove il gesto performativo e il processo contano quanto il risultato finale, e un approccio in cui il DIY non è solo metodo di necessità produttiva, ma estetica e visione, strategia poetica, possibilità di uno spazio di sperimentazione libera. Un approccio che richiama artiste affini come Mica Levi, Laurel Halo, Juana Molina, per le quali lo studio è uno spazio fluido tra creazione, errore e intuizione, artigianalità del suono. L’album si apre con un respiro che si evolve in un paesaggio popolato da piccoli oggetti sintetici e lunghe basse, su cui il brano eponimo Avanziamo la notte con passo preciso e insicuro canta di come questo avanzare nasca in un corpo vulnerabile, toccato fino ad essere scolpito (“Dove la lingua ha scolpito la carne, la pelle, te: ora, avanziamo la notte con passo preciso e insicuro, la notte“) ma in ascolto e pronto ad accordarsi con la luce e il rumore che verranno (“Sto come una città di notte, silente e docile. Aspettando l’alba, il giorno, pronunciare il suo rumore“). Affermare una danza è una pausa di respiro strumentale, una sorta di intermezzo, dove una kalimba low-fi pare danzare dolcemente, accompagnandoci in Corpo-cielo, dove ritmi sintetici e vocali si intrecciano rapidi, e una parte sinfonica per fiati, quasi cinematografica, intermezza parole ispirate a piene mani dall’universo del poeta greco Ghiannis Ritsos e da quello de Il pensiero del tremore di Édouard Glissant. In copertina, uno scatto in cui l’interezza della figura di Nicol Bana richiama il disegno di una montagna. Promo Video
Info.
Nove tracce che combinano voce processata in ritmi e paesaggi, navi catene venti forbici e svariati oggetti campionati manipolati e suonati, elettronica e synth, in un italiano poetico ma diretto.
Emerge quindi un racconto allegorico che pone come centro del discorso la fragilità del procedere in un luogo buio, in cui si fa necessaria l’accettazione di una vulnerabilità nei confronti di ciò che è sconosciuto e dell’eventuale inesauribilità di questo (ad esempio, mettendo il caso di raggiungere ciò che prima era all’orizzonte, avremo un nuovo orizzonte, e così via), accogliendo il processo di scoperta, il passo che scopre il terreno nel suo avanzare.
Se questo racconto parlasse, direbbe: “Forse, a guardarmi da lontano, mi vedrei girare in tondo mentre mi consumo, ma per me, ogni mio passo fatto con autenticità, con tutta la precisione che posso, accogliendo la vulnerabilità che il buio attorno pone e trasformandola in sensibilità d’essere nel e del mondo, ha valore. Di per sé.”
Da qui, il secondo passo, Cantico, è una ricerca dell’Altro, del diverso da “me”. La voce in play e in reverse al contempo suggerisce questa relazione, e una chitarra elettrica noise e paesaggistica apre spazi sopra all’incedere solido di un’accordo rumoroso e ritmico.
Il discorso prosegue in Cantoria, dove la ricerca dell’Altro si anima in una cassa in quattro scomposta, si scontra con un’impossibilità, “Ma canta ancora una voce altra” e la ripetizione-rito dell’incontro ribalta quella precedente impossibilità con scoppi di “Denti e mani al sole – Palpebre, infuocare – Porte, scardinare – Dita, illuminare“. “L’inferno gelido dell’uguale a sé” è una semi-citazione, un riferimento ai concetti inerenti la diversità rappresentata dall’Altro (di lacaniana memoria) del filosofo Byung-Chul Han, in particolare in L’espulsione dell’Altro.
Dopo la luminosità di Corpo-cielo, Fame è un brano dai toni più scuri, sia nei contenuti che nelle sonorità, tra industrial, vocalizzi lontani e un ritmo melodico che da un serrato di parole apre a uno dei momenti più melodici del disco.
Nella lingua delle navi è un brano-intermezzo costruito sui cigolii di un battello, lo stesso sul quale è stata registrata l’improvvisazione vocale da cui è tratta la melodia. Da quell’esperienza ludica di improvvisazione vocale in relazione ai suoni di un luogo, e da un’altra simile in un ex mollificio abbandonato, derivano gli elementi di field recording con cui gli archi interagiscono.
Questa interazione di voce, suoni di cose e musica si traduce in La ferocia di ogni giorno, una lista di visioni e azioni che incedono serrate “Tocca Sali Vento Canta Nube Luce Pelle Buio…” salmodiate da una voce narrante mentre attorno suoni di forbici, bacinelle, carta strappata, tamburellare di dita e una banda che si inceppa, producono una tensione ritmica che si risolve nel finale “io ti vedo“.
Alla fine, in Giorno, abbiamo solo voce e paesaggio di vento e suoni metallici lontani; questi diventano un flebile ritmo, la voce si moltiplica e si ripete, per poi tornare a essere una soltanto: “Viene la sera, quello che ti conterà, è piccolo e giusto“.
Sul petto, una fotografia della montagna scattata dalla finestra della stanza in cui il disco è stato scritto, arrangiato e registrato.www.instagram.com/nicol_bana/
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